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4. Lavoro e sfruttamento

Lo sfruttamento del lavoro è un reato in quanto viola il diritto di protezione del quale ogni lavoratore deve poter beneficiare e il venir meno di questa tutela è una negazione di un diritto fondamentale della persona. Questo reato è commesso da “chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia, o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori” (art. 603, Codice Penale).

C’è sfruttamento quando non vengono rispettate le norme sugli orari di lavoro e sui tempi di riposo (“la sistematica violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria alle ferie”), quando non vengono predisposte delle misure di sicurezza adeguate (“le violazioni alla normativa in materia di sicurezza e igiene del lavoro”, “sottoposizione del lavoratore a condizioni di lavoro, metodi di sorveglianza, o a situazioni alloggiative particolarmente degradanti”), quando il salario è bassissimo e per nulla adeguato al tipo e al carico di lavoro (“la sistematica retribuzione dei lavoratori in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali o comunque sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”). 

C’è sfruttamento quando l’attività lavorativa è coercitiva e viene imposta con la violenza, la frode, le minacce come nei casi di prostituzione forzata, schiavitù o in alcune esperienze di lavoro minorile: quando non c’è alcun consenso per la prestazione lavorativa.

Lungi dal voler ridurre il problema, c’è da considerare anche il fatto che in alcuni casi lo sfruttamento lavorativo è consensuale, cioè la persona accetta determinate condizioni di sfruttamento “per mancanza di altre vie percorribili”. Sono le relazioni asimmetriche, il monopolio del mercato e la fragilità del lavoratore, la mancanza di formazione o di competenze alternative, lo stigma e la marginalità sociale a generare ed alimentare la situazione di sfruttamento. 

Questo fenomeno riguarda adulti e giovani non solo nei Paesi ad economie vulnerabili, ma anche nei paesi dell’Europa più avanzata. Nel nostro paese sono abbastanza note le vicende di caporalato nel settore agricolo o nel settore dell’edilizia, perchè portate alla ribalta dai media e spesso connesse con il fenomeno migratorio. Hanno meno eco invece lo sfruttamento del lavoro minorile e il coinvolgimento di giovani in attività illecite. A livello globale lo sfruttamento del lavoro minorile interessa oltre 152 milioni di minori tra i 5 e i 17 anni, 1 su 10 al mondo, di cui 73 milioni sono costretti a svolgere lavori duri e pericolosi, che ne mettono a rischio la salute e la sicurezza, con gravi ripercussioni anche dal punto di vista psicologico.

Che molti giovani sotto i sedici anni lavorino è un dato di fatto: si lavora per far fronte alle proprie spese personali, ma anche per portare aiuto alla propria famiglia. Si lavora per i propri genitori o per dei familiari; il rischio di sfruttamento però aumenta quando il lavoro viene svolto al di fuori della cerchia familiare in particolare nei settori della ristorazione, dell’edilizia e dell’agricoltura. In Italia, nel 2018-19 sono stati rilevati più di “480 casi di illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e adolescenti, sia italiani che stranieri, di cui più di 210 nei servizi di alloggio e ristorazione, 70 nel commercio all’ingrosso o al dettaglio, più di 60 in attività manifatturiere e oltre 40 in agricoltura” (i dati sono di Save the Children). Le situazioni di partenza variano da persona a persona e spesso si combinano con l’insuccesso scolastico, la discontinuità nella frequenza, la bocciatura e l’abbandono. Il fenomeno è complesso. Sono necessarie misure adeguate che da un lato monitorino con regolarità il fenomeno (perché parte del problema è la mancanza di dati sul problema stesso!) e dall’altro, ancor più importante, sappiano mettere in campo azioni preventive efficaci che contrastino il lavoro illegale e le peggiori forme di lavoro minorile.

La normativa esiste: le grandi istituzioni internazionali e i governi nazionali da decenni sono impegnati sul fronte della lotta contro lo sfruttamento e la schiavitù. Ma il fenomeno continua a persistere. Quali strade percorrere per uscire da un contesto radicato nel tempo e diffuso nello spazio? Quale ruolo possiamo avere noi cittadini e cittadine all’interno di questo sistema? Ancora una volta si affaccia sulla scena il compito determinante della cultura dell’attenzione che guida la scelta, che orienta l’azione. Rompere il circuito dello sfruttamento del lavoro ci vede tutti implicati, tutti responsabili, tutti partecipi al processo di cambiamento.