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"La pace non è il suo nome ma ciò che la fa, la pace è verbo più che sostantivo, la pace impossibile è l’unica possibile”. Le parole sono di Antonio Papisca e Marco Mascia (Centro di ateneo per i diritti umani dell’Università di Padova) le ricorda in ogni occasione. Facciamo pace! Dal latino pax ha la stessa radice –pak e –pag che si ritrova in pangere che significa fissare, conficcare, pattuire e in pactum, patto. Il dizionario la definisce da un lato come una condizione opposta alla guerra, di assenza di guerra e dall’altro anche come una situazione di armonia tra parti sociali, nelle relazioni private e in quelle pubbliche. Questo duplice significato viene proposto anche nella risposta che Papa Francesco ha dato alla domanda “cos’è la pace”:
La pace ha quindi due facce, una negativa e l’altra positiva. Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace prepara la guerra. L’espressione definisce la pace negativa, cioè “l’assenza di violenza diretta, di uccisioni e ferimenti con armi, di vilipendio verbale, di odio”; è pace meccanicistica, interstatuale. La pace negativa è un tempo tra due guerre, un armistizio, una tregua tra parti contendenti che hanno accettato passivamente un compromesso le cui condizioni non sono costruite attraverso il consenso. Il filosofo Immanuel Kant, alla fine del XVIII secolo, nel suo Progetto per la pace perpetua aveva teorizzato che il diritto all’autodeterminazione dei popoli fosse la condizione primaria per la diffusione di rapporti pacifici tra stati e per la creazione di una federazione di stati democratici. Questo progetto non si è mai realizzato: gli stati democratici di oggi, pur ripudiando la guerra la considerano ancora una delle possibili soluzioni in caso di aggressione. Il caso dell’Italia è esemplare. L’articolo 11della Costituzione del nostro Paese sancisce il ripudio della guerra come soluzione in caso di controversie o strumento di offesa alla libertà degli altri popoli; però è ammessa come difesa in caso di aggressioni esterne. Le presenze armate dell’Italia in varie parti del mondo sarebbero quindi risposte e giustificazioni inevitabili ad aggressioni esterne? Raffaele Crocco ci invita a fare attenzione: “essere militarmente aggressivi è parte della nostra storia nazionale. Noi abbiamo fatto solo ed esclusivamente – a partire dalla fondazione dello Stato unitario nel 1861 – guerre d’invasione. Ma qui la cosa è seria per la violazione sistematica e continua della Costituzione. L’articolo 11 nessuno lo ha abolito, eppure viene ignorato. E quando si ignora la Costituzione il gioco diventa pericoloso” (Unimondo, 09/09/2021). Si vis pacem para pacem, se vuoi la pace, prepara la pace”. É pace positiva, attiva, volontaristica, transnazionale. È quando scorre qualcosa di positivo tra le parti facendole sentir bene reciprocamente, “una parola d’onore, come la salute una salvezza per molti: un centro focale di sogni e desideri, un sommo bene che dev’essere sia molto preciso sia riconducibile a un lavoro di pace professionale e mantenuto aperto, riempito di nuovi sogni ed aspirazioni”. La pace positiva non rappresenta il punto di arrivo di una contrattazione o di una mobilitazione, ma un processo per la realizzazione di un progetto di convivenza civile che necessita di strumenti istituzionali e giuridici che ne garantiscano la sostenibilità. A seguito della seconda guerra mondiale, alla Società delle Nazioni prima e poi all’ONU è stato affidato il compito di stabilire un nuovo ordine mondiale e mantenere relazioni di pace. Nel 1945, la Carta delle Nazioni Unite ha introdotto il concetto di Stati “amanti della pace” (art. 4), cioè in grado di dimostrare di saper “risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo”. La Carta è rivoluzionaria per il diritto internazionale perché definisce la guerra come “flagello”, la ripudia e la nega. La conferma viene anche dall’articolo 20 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 che perentoriamente prescrive: “qualsiasi propaganda a favore della guerra deve essere vietata dalla legge”. Attraverso la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 e il rafforzamento dell’idea che la persona sia un valore da anteporre a quello dello Stato, la pace si struttura come un diritto umano, vitale, in quanto la guerra è negazione della vita stessa. Nell’articolo 28 della Dichiarazione, commentato da Antonio Papisca, si afferma che “ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possono essere pienamente realizzati”. Ciò dimostra un’attenzione giuridica per il diritto alla pace, anche se i passaggi più delicati della Carta delle Nazioni non sono ancora stati attuati come, ad esempio, l’obbligo degli stati di conferire parte delle loro forze militari, in via permanente, alle Nazioni Unite, ad oggi mai adempiuto. Conseguenza di questo inadempimento è il fatto che l’Onu debba, in caso di necessità, racimolare a fatica dagli Stati Caschi Blu spesso impreparati, inadeguati, inviati con notevole ritardo, con tutte le ricadute negative che molte missioni di pace delle Nazioni Unite hanno riportato. La necessità di lavorare sul diritto alla pace e su un maggiore rispetto della Carta delle Nazioni Unite all’indomani della caduta del muro di Berlino e della fine degli schieramenti della guerra fredda, è stata avanzata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’egiziano Boutros Boutros-Ghali (1992-1997) nella sua “Agenda per la Pace” del 1992. La richiesta agli Stati era di proseguire nel delicato campo della pace e della sicurezza internazionale, ma la risposta, in particolare degli Stati Uniti è stata di altra natura. Negli anni Novanta del secolo scorso, con l’idea di un “nuovo ordine mondiale” basato sulla sovranità degli stati, gli Stati Uniti di George Bush hanno tentato in tutti i modi di riappropriarsi dello ius ad bellum, cioè il diritto di fare la guerra. Innanzitutto, avvalendosi del diritto di veto, gli Stati Uniti hanno impedito la rielezione di Boutros Ghali, interrompendo il processo da lui sostenuto di riconoscimento dello ius ad pacem, cioè il diritto alla pace. Con gli Stati Uniti protagonisti, si inaugura una stagione di nuove guerre a tutt’oggi ancora in piena espansione, di terrorismo, di torture, di negazione dei diritti umani, di riarmo generale. Come mai costruire la pace positiva secondo la Carta delle Nazioni Unite è così difficile per gli Stati aderenti? Se da un lato gli Stati concordano in modo quasi unanime sull’idea di diffondere una cultura di pace cioè di lavorare per costruire valori, attitudini, comportamenti che guidino ad una convivenza pacifica, dall’altro però non sono concordi nell’accettare la pace come diritto, regolato da norme giuridiche e quindi di accettarne gli obblighi che ne deriverebbero come ad esempio avviare un processo di disarmo del proprio Paese. Le Nazioni Unite, attraverso il Consiglio dei diritti umani, per anni ha sostenuto un faticoso processo di riconoscimento del diritto alla pace come diritto fondamentale delle persone e dei popoli senza non poche difficoltà e il rifiuto da parte di alcuni tra gli stati più potenti a livello internazionale. La prima importante risoluzione risale al 1978, sulla preparazione delle società a vivere in pace nella quale si dichiara che "ogni nazione e ogni essere umano, a prescindere da considerazioni di razza, coscienza, lingua o sesso, ha il diritto intrinseco a vivere in pace". Il rispetto di tale diritto, al pari degli altri diritti umani, risponde agli interessi comuni di tutta l’umanità e costituisce una condizione indispensabile per il progresso di tutte le nazioni, grandi e piccole, in tutti i campi. Nel 1984, l’Assemblea dell’ONU adotta la Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace. Dal 2006 al 2015, il Consiglio per i diritti umani dell’ONU, attraverso un gruppo di lavoro intergovernativo lavora per la preparazione di un testo di Dichiarazione sul diritto alla pace che fatica a farsi spazio e a trovare consensi. È solo il 19 dicembre 2016, con Risoluzione 71/189, che l’Assemblea delle Nazioni Unite riconosce e approva il testo della Dichiarazione. In quell’occasione l’Italia si è astenuta dal voto e gli Stati Uniti hanno votato contro. Ma oggi, grazie a questa Dichiarazione il diritto alla pace è realtà. L’art. 1 sostiene che “ognuno ha il diritto di godere la pace in modo che tutti i diritti umani sono promossi e protetti e lo sviluppo è pienamente realizzato” e l’art. 2 ribadisce che “gli stati devono rispettare, implementare e promuovere l’eguaglianza e la non discriminazione, la giustizia e lo stato di diritto e garantire la libertà dalla paura e dal bisogno quali misure per costruire la pace dentro e fra le società”. La pace, concetto multidimensionale, entra nella sfera dei diritti e delle libertà e sta nella dignità umana incentrata sul massimo diritto alla vita. È importante ricordare che nel 2014, a cento anni dallo scoppio della prima guerra mondiale, è stata lanciata la Campagna per il diritto alla pace con l’appello
La questione della pace, quindi, non è solo qualcosa che interessa i movimenti pacifisti e poche organizzazioni specializzate, essa rappresenta una questione globale, appartiene a tutti e a tutte noi in quanto progetto di convivenza civile, perché se vogliamo la pace, è necessario preparare la pace attraverso un processo di dialogo interculturale e la costruzione della cittadinanza plurale. |
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