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Focus 2b: migrazioni ambientali

Se leggiamo il fenomeno in maniera complessa, la causa ambientale è difficile da isolare nel quadro dei fattori di spinta, cioè quei fattori che muovono il progetto migratorio. Deve essere vista insieme alle altre cause che spingono le persone a migrare. Leggi il focus Quali cause.

Cambiamenti climatici ed ambientali hanno delle ripercussioni sulla società e sull’economia come pure viceversa: l’agire umano è influenzato ed influenza l’ambiente e questa interazione dà vita ad un processo di trasformazione territoriale che genera milioni di spostamenti.

Eventi improvvisi come terremoti, cicloni, tsunami, frane, alluvioni, eruzioni vulcaniche o di lungo periodo come siccità, innalzamenti del livello del mare – questione non da poco se consideriamo che un quarto della popolazione mondiale vive lungo le coste dove si trova anche la maggior parte delle megalopoli del mondo –, o eventi più “prevedibili” diboscamento, salinizzazione di terre e/o acque dolci innescano reazioni differenti in termini di spostamento.

I primi, gli eventi improvvisi, obbligano ad un esodo repentino, che in alcuni casi è solo temporaneo perché dipendente dal processo di ricostruzione; gli altri, quelli più prevedibili, danno o darebbero il tempo di programmare politiche di intervento ed eventuali strategie di spostamento delle popolazioni. Le risposte a tutti questi eventi variano da paese a paese a seconda delle differenti possibilità economiche, politiche e culturali dei singoli stati.

Buona parte delle cause degli eventi sopra ricordati rientra nel contenitore dei cambiamenti climatici, definiti dagli studiosi “un moltiplicatore di minacce”1.

I dati stimati confermano la rilevanza della questione. 19,3 milioni sono, secondo il Global Estimates 2015. People Displaced by Disasters dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC), le persone che nel 2014 sono state costrette a lasciare le proprie case a causa di disastri o rischi ambientali.

L’UNEP, il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite, prevede che il continente africano produca 50 milioni di “migranti climatici” entro il 2060 e l’UNHCR, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati presume che i profughi ambientali possano essere tra 200 e 250 milioni nel 2050.2 Una visione quasi apocalittica che spinge politicamente verso la necessità di progetti ed interventi di gestione e tutela dell’ambiente.

Cosa significa però migrante ambientale? La definizione non è condivisa, né unanime. Le espressioni utilizzate variano a seconda delle fonti: rifugiato ambientale, rifugiato climatico, profugo ambientale, eco-profugo, eco-migrante, sfollato ambientale, ecc.

Alcune agenzie internazionali adottano la definizione di “rifugiato ambientale”, coniata nel 1976 dal Worldwatch Institute. Tra queste agenzie c’è l’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, che si occupa di migrazioni nell’ambito della gestione dei rischi connessi al cambiamento climatico e al degrado ambientale. Lo IOM, invece, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, utilizza il termine “migranti ambientali”, elaborato nel 2007 durante una riunione del Consiglio dell’organizzazione, definendoli “persone o gruppi di persone che, perlopiù a causa un improvviso o progressivo cambiamento nell’ambiente che influenza in modo avverso le loro vite o le loro condizioni di vita, sono obbligate o scelgono di lasciare le proprie case, in modo temporaneo o permanente, e che si muovono all’interno del proprio paese o vanno all’estero”. Anche il Parlamento Europeo ha riconosciuto l’esistenza del fenomeno privilegiando una formula più generale per indicare la migrazione forzata da primari stress ambientali quale environmentally induced migration / displacement, meno connotata giuridicamente, ma non priva di difficoltà interpretative.

Una prima difficoltà, come già accennato sopra, riguarda la tipologia degli stress ambientali che possono essere improvvisi e temporanei o strutturali e permanenti. Queste due tipologie inducono ad attivare strategie individuali e collettive differenti che dipendono anche dal grado di sviluppo economico e dalle capacità di intervento di un paese.

I primi rischiano di produrre migranti forzati, i secondi possono generare una migrazione più “volontaria”, legata ad una scelta di cambiamento. In entrambi i casi si possono generare movimenti interni al paese e/o esterni. In ogni caso, la differenza a destinazione è minima perché non c’è a livello legislativo un riconoscimento giuridico della causa ambientale e/o climatica come motore della migrazione.

Anche nel testo Laudato sì. Enciclica sulla cura della casa comune di papa Francesco, viene ribadita la tragicità “dell’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa”.3

La Convenzione di Ginevra non ne parla. Svezia e Finlandia sono in Europa gli unici due paesi che hanno incluso i “migranti ambientali” nelle loro politiche migratorie. Australia e Nuova Zelanda ne stanno discutendo incalzati dagli arrivi da Tuvalu, Kiribati e Nauru, isole che rischiano di essere sommerse dal progressivo innalzamento del livello del mare; lo spostamento potrebbe interessare una popolazione totale di poco più di 122.000 persone.

Una seconda difficoltà è legata al fatto che gli stress ambientali possono avere cause differenti dove la responsabilità “della natura” o “dell’uomo” non sono sempre così facilmente riconoscibili e distinguibili. Un’alluvione non è mai solo l’effetto di un aumento repentino delle piogge. I danni che l’alluvione potrebbe provocare, con conseguente spostamento delle popolazioni colpite, sono anche causati dalle politiche e pratiche di gestione del territorio, quindi dalle scelte e dai progetti che strutturano quel territorio.

Tra gli stress ambientali sono da annoverare gli incidenti industriali – ricordiamo Bhopal in India (1984), Chernobyl in Russia (1986), Fukushima in Giappone (2011) o i crolli delle dighe – quella del Vajont in Italia (1963) o di Banqiao in Cina (1975). Essi sono evidentemente effetti legati ad interventi umani che hanno conseguenze tali sull’ambiente da indurre lo spostamento; ma l’ambiente non è il primo responsabile della migrazione. È da tener presente che non è solo l’accidentalità di un evento a generare lo spostamento. Anche la costruzione pianificata di un’opera che trasforma un territorio modifica gli assetti demografici: la costruzione della diga delle Tre Gole in Cina ha costretto oltre un milione di persone ad abbandonare i luoghi di vita.

Infine, ma non da ultimo, la problematica in questione non ha confini: quando un cambiamento ambientale significativo avviene in qualche luogo della terra, le ripercussioni si manifestano anche altrove. Inoltre, ogni Paese potrebbe essere interessato da uno spostamento causato dal cambiamento climatico. L’Italia, ad esempio, oggi destinataria di flussi migratori, è un paese ad alto rischio ambientale: siccità, eruzioni vulcaniche, frane ed alluvioni sono e possono essere causa di migrazione. Questo dato dovrebbe contribuire a far riflettere sulla precarietà dei territori nei quali viviamo, rendendoci più consapevoli a tutti i livelli, dalla scienza alla politica, alla società tutta. Una lungimirante capacità di gestione e d’uso del territorio può quindi avere impatti significativi sugli spostamenti delle persone, in Italia come nel resto del mondo.

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  1. Intergovenemental Panel on Climate Change. Mariagrazia Midulla, Andrea Stocchiero, Migrazioni e cambiamento climatico, 2015.
  2. Maurizio Gubbiotti, Tiziana Finelli, Francesco Falcone, Profughi Ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate, Legambiente, 2011.
  3. Papa Francesco, Laudato sì. Enciclica sulla cura della casa comune, San Paolo, 2015.